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Musica

Chet Baker, il mito maledetto

Chet Baker, il mito maledetto

A cura di Stefano Marzorati

E se fosse un fratello “perduto” di Mister No, un ragazzo dotato di tanto talento, ma anche di tanta inquietudine, con cui Jerry Drake avrebbe potuto condividere il bello e il brutto della vita? Trombettista e cantante, Chesney Henry “Chet” Baker Jr. diventò famoso per il suo stile lirico e intimista e per essere stato tra i principali esponenti del genere conosciuto come “cool jazz”. Nella sua carriera, Baker suonò con molti popolari musicisti della scena jazz, da Stan Getz a Charlie Parker, ma il suo momento di maggiore splendore lo raggiunse quando, in California, iniziò a collaborare con il sassofonista Gerry Mulligan, formando un quartetto che incontrò gradualmente i favori di pubblico e critica. Baker divenne ben presto protagonista della scena: era lui a dominare sul palco, con il suo aspetto da “bello e dannato”, l'aria ribelle, quel suono della sua tromba che arrivava al cuore delle ragazze in modo seducente. Mulligan si sentì messo in ombra e ben presto, tra i due, cominciarono i litigi. Chet era ormai pronto per una carriera solista e così fece. Fondò una propria jazz band, e assunse anche il ruolo di cantante. Aveva una voce dolce da tenore, leggera come il vento. La foto di copertina del suo album “Chet Baker with Strings”, scattata dal celebre fotografo William Clexton, lo mostrava all'apice della sua bellezza, mentre guardava malinconicamente lo studio di registrazione con la guancia appoggiata al bocchino della sua tromba.

Purtroppo, l'astro di Chet fu ben presto offuscato da problemi di droga: l'eroina diventò la sua abituale compagna e fu la causa principale della sua parabola discendente. Nel 1966, un misterioso incidente lo costrinse a farsi estrarre i denti anteriori. Aveva perso un dente e sentiva dolori molto forti alle gengive, provocati, secondo lui, da un'aggressione a scopo di rapina. Molto probabilmente, fu l'eroina la causa di tutto o, forse, uno spacciatore a cui doveva dei soldi. Mentre lavorava a una pompa di benzina, un suo fan lo riconobbe e, generosamente, gli diede del denaro per le cure dentistiche. Chet tornò, così, alla musica, ma dovette imparare a suonare la tromba con la dentiera e il suo stile ne fu compromesso. Si disintossicò e si trasferì a New York, dove riprese a suonare dal vivo e a registrare. Poi decise di tornare a vivere in Europa, il continente dove aveva fatto numerosi tour.

Il 13 maggio 1988, morì cadendo da una finestra del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam. Era sotto effetto di droghe oppure fu spinto dall'ennesimo spacciatore di cui era debitore? La sua morte venne classifica come incidente, ma il mistero resta. Di lui ci rimangono, comunque, moltissime incisioni che testimoniano del suo valore artistico, e un bellissimo documentario, realizzato nel 1988 da Bruce Weber e intitolato “Let's Get Lost – Perdiamoci” (edito in dvd e Blu-ray da Lucky Red).

La rivista “Entertainment Weekly” scrisse che Weber aveva creato “l'unico documentario che funziona come un romanzo, che ti porta a leggere tra le righe della personalità di Baker, fino a farti toccare la tristezza segreta nel cuore della sua bellezza”. A Sergio Bonelli il film piacque moltissimo, perché ne apprezzò il ritratto spietatamente sincero, doloroso, ma anche commovente, di quello che era uno dei suoi artisti preferiti. Un artista che lo aveva sempre commosso per il suo approccio profondamente personale e emotivo agli standard jazz più famosi che Sergio prediligeva.

Baker aveva negli occhi un non-so-che da cowboy, uno sguardo sempre un po' fuori fuoco, portava la tromba alle labbra come una bottiglia di brandy, non suonava ma la sorseggiava. Ecco, erano anche questi aspetti della sua personalità tormentata ad affascinare Sergio Bonelli.