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Tex

Il Giuramento

Il Giuramento

Terza uscita per Tex Story, la collana proposta da Mondadori che ripercorre, in edicola e in libreria, l'epopea di Aquila della Notte!

Arriva in edicola e in libreria (rispettivamente il 13 e il 18 giugno) il terzo volume di Tex Story, edito da Mondadori. Questa uscita numero tre (di quattro), intitolata "Il giuramento", prosegue nell'esplorazione nel racconto di alcuni capitoli fondamentali dell'epopea del Ranger. Racchiuse dall'evocativa copertina di Claudio Villa, troviamo alcune avventure classiche, tra le più amate dai fan di Tex, tra le quali la storia che dà il titolo al volume e che racconta la tragica fine di Lilyth e la lunga caccia all'uomo che culminerà nella vendetta di Aquila della Notte.
Qui di seguito, vi proponiamo l'introduzione del volume, firmata dal curatore della collana, Franco Busatta.

Lilyth in the Sky with Diamonds.

Tardo mattino di un giorno d’estate, a mezza costa della mesa di Salakai… Un serpente che attacca a sorpresa Tex, su un impervio sentiero roccioso… Il Ranger, costretto a interrompere la sua caccia, per intraprenderne un’altra a un serpente ben più pericoloso, uno di quelli a due gambe… “Al punto in cui siamo, il tempo non ha più importanza…”, afferma l’eroe. E la memoria torna ai tragici giorni che molti anni prima portarono alla morte di Lilyth, l’amata moglie indiana.
Una vignetta per tutte, a simboleggiare queste cruciali tavole: quella del trasparente volto di Lilyth lassù nel cielo, quando Tex si reca sulla sua tomba. Lilyth trasformata in purissima, scintillante, immacolata essenza celeste: Lilyth in The Sky with Diamonds, per parafrasare il titolo della canzone dei Beatles. “Il giuramento” è l’episodio che fa luce, in flashback, sulla scomparsa della donna e racconta, al presente, la caccia al serpente di cui sopra, Fred Brennan, colpevole della strage dei Navajos durante la quale la sposa di Tex perse la vita. Soltanto una manciata di strisce la vedono protagonista, all’interno di una delle avventure più celebri, lunghe e articolate della collana, ma sono raccontate con grande intensità e partecipazione emotiva. Tex si accomiata definitivamente da lei dopo una brevissima sequenza in cui Lilyth gli affida il figlio Kit, perché porti il bambino malato a curarsi nelle missioni di Taos. La donna sceglie di rimanere al villaggio Navajo per accudire il padre, a sua volta sofferente.
La decisione le sarà fatale anche se, in realtà, la sua uscita di scena è strettamente connessa al tono tutto al maschile nel quale la saga è sempre stata declinata. Se, come abbiamo visto nel precedente volume, i primi episodi erano popolati da una nutrita schiera di provocanti pin-up, le storie della maturità sono invece contrassegnate da una proverbiale assenza della figura femminile, talmente accentuata da sfiorare a più riprese il sospetto di misoginia. Inoltre, la compagna fissa dell’eroe, come nei classici comics degli anni Trenta e Quaranta dello scorso Secolo, può essere soltanto l’eterna fidanzata, non certo la moglie, che rimanda a un quotidiano del tutto estraneo a quell’immaginario avventuroso. E, dato che, una volta formata la squadra dei quattro pards, non c’è più molto posto per personaggi “in gonnella”, Lilyth viene trasfigurata in una sorta di Madonna pellerossa. Basta vedere quel volto che si staglia contro un pallido cielo, scosso da violente raffiche di vento. I tratti di quel viso, divenuti ora tutt’uno col profilo delle tristi nuvole che lambiscono le cime dei Monti Navajo, sussurrano sommessamente: “Addio, mio uomo… Addio…”, eteree parole d’infinita dolcezza che provocano in Tex un turbinìo di emozioni contrastanti. Il passo è breve da questa sequenza al panismo di Gabriele D’Annunzio, una corrente letteraria proveniente dalla visione panteistica di Dio considerato come equivalente dell’Universo stesso, attraverso la quale il poeta fondeva l’elemento naturale, paesaggistico, con quello umano. “Era come il chiaro di luna in una notte d’estate e i suoi occhi verdi facevano ricordare il colore delle acque del Colorado fra le alte gole del Grand Canyon”, dice Tex di Lilyth, all’inizio della storia. Come non ripensare, leggendo questo balloon, ai famosi versi dannunziani de “La pioggia nel pineto”: “Tra le palpebre gli occhi son come polle tra l’erbe, i denti tra gli alveoli son come mandorle acerbe.”? Comunque sia, è impossibile non notare, nelle frasi pronunciate da Tex sul luogo dell’ultima dimora della sua amata, l’improvviso ricorso di Bonelli a un registro linguistico basato su toni di estremo lirismo: “Io ho ascoltato la tua voce, Lilyth, e tu ora ascolta la mia! Da questo momento io non avrò pace fino a che non avrò ucciso tutti coloro che hanno mandato la morte a tagliare i fili che legarono le nostre vite!” E ancora, con sempre maggior parossismo: “Da questo momento, io sarò la vendetta che segue implacabile le orme dei nostri nemici! Al mio fianco marceranno l’odio e il terrore… E dietro di me lascerò tracce bagnate di lacrime e di sangue! Questo io ti giuro, Lilyth, e prendo a testimoni il Cielo e l’Inferno, e le stelle della notte e l’immenso buio dell’infinito”.
Bonelli & Galep, nel pieno delle loro capacità espressive, sono finalmente in grado di restituirci al meglio quel fondamentale tassello mancante dell’esistenza del loro eroe, tramite questa storia datata 1969. Ma lo fanno con lo strutturatissimo Tex della maturità, non col character in divenire degli inizi. Tanto è vero, per esempio, che non c’è traccia di Dinamite, l’inseparabile destriero dei primi albi, perso per strada con l’evolversi della scrittura di Bonelli, mentre fa capolino Satan, il cane di Tex ne “Il patto di sangue”, evidentissimo riferimento al lupo Diavolo, fedele compagno d’avventura di Phantom, L’Uomo Mascherato, da sempre grande fonte d’ispirazione per Bonelli. Il Tex che appena poteva si celava dietro maschere e travestimenti delle origini - data la sua instabile, ancora indefinita personalità - ha lasciato definitivamente il posto all’inconfondibile e pressoché invincibile personaggio degli anni successivi.
Anche sul piano grafico, Galep non sceglie di raffigurarlo come agli esordi, a differenza de “Il passato di Tex” e de “Sul Sentiero dei ricordi”, (disegnata da Fabio Civitelli), viste rispettivamente nel primo e nel secondo tomo di Tex Story. “Al punto in cui siamo, il tempo non ha più importanza…”. È il Tex della maturità a scendere in campo, in queste pagine, proiettato all’indietro nel passato ma col linguaggio e con gli stilemi narrativi dell’oggi. È questa la figura che vediamo dapprima dare la caccia agli assassini materiali di Lilyth, in flashback, accompagnato per la prima volta da Tiger Jack, e in seguito, nel presente, inseguire coloro che avevano ordito la morte della moglie, accanto a tutti e tre i suoi pards, senza soluzione di continuità stilistica tra le due tranche nelle quali si divide “Il giuramento”. Fino a un finale dai marcati accenti gotici che rimanda direttamente ai toni che caratterizzavano molti episodi degli anni Cinquanta, basti pensare all’epilogo della storia nella quale faceva il suo esordio Mefisto.
E si torna ai primi tempi della saga texiana, in un continuo alternarsi di epoche diverse, con la vicenda seguente, “La banda dei Dalton”, l’episodio dato alle stampe nel 1951, subito dopo “Il Patto di sangue”, riproposto nello scorso volume. Morta Lilyth e abbandonato il corpo dei Rangers, Tex scorrazza malinconico accanto a un silenzioso pard che i lettori incontrano per la prima volta: il navajo Tiger Jack, dall’abbigliamento che pochissimo ha da spartire col character d’oggi. Accanto ai due, fa capolino Kit Carson, dando inizio alla messa a punto dei fantastici quattro pards. La trama è incentrata sull’inseguimento alla famigerata banda dei Dalton, ma a rubare la scena ai leggendari fuorilegge è una letale bad girl, la scapestrata Eugenia Moore. La ragazza rappresenta davvero l’altra faccia della medaglia rispetto all’angelicata Lilyth. Al punto che, grazie a Eugenia, Tex e Tiger finiscono, sepolti fino al collo, in pieno deserto di Gila. Ciò le guadagnerà un finale dove la visione demoniaca della donna raggiunge uno dei suoi apici. Non ci sono vie di mezzo possibili, per Bonelli: le fanciulle che incrociano la pista del suo eroe sono demoni o sante. E non è certo difficile stabilire in quale delle due categorie collocare quest’ennesima rappresentante del cosiddetto sesso debole, con quel décolleté disinvoltamente esposto, quelle spalline così scivolose, quelle lunghe, affusolate gambe in bella vista. E di nuovo abbiamo l’apparizione di un volto nel cielo – stavolta non quello di Lilyth, bensì quello di Tex – che bracca la pupa dei Dalton fino alle allucinate, addirittura psichedeliche strisce di chiusura dell’episodio, che la vedono fuggire disperatamente in preda alla follia.
Un’ultima parola va spesa, infine, a proposito della sequenza che illustra alla perfezione il funzionamento della figura dell’animale senziente come spalla dell’eroe, nell’immaginario collettivo del Dopoguerra. A salvare dalla morte Tex e Tiger, sepolti nel deserto è, infatti, Dinamite, che, colta al volo la gravità della situazione, comincia a scavare con gli zoccoli fino a togliere dai guai il padrone. Con l’evolversi della serie, momenti del genere si faranno sempre più rari e il fido destriero finisce per sparire del tutto perfino da una visione del passato in retrospettiva, come abbiamo osservato a proposito de “Il giuramento”.
Ed è il Tex pressoché in punto di morte, ancora immerso nella sabbia del deserto, che menziona, ma soltanto di sfuggita – quasi a malincuore? – il bimbo avuto da Lilyh, dicendo a Tiger di rimpiangere di non poterlo veder crescere. Chissà, forse, se non fosse stato per quel provvidenziale intervento di Dinamite, il lettore non avrebbe mai potuto fare conoscenza con il vulcanico scavezzacollo destinato a essere conosciuto presso i pellerossa come Piccolo Falco. Sarà proprio lui, il quarto pard, Kit Willer, a tenere banco nel prossimo volume di questa serie, che non poteva che chiamarsi “Il figlio di Tex”.


Franco Busatta