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Intervista Martin Mystère

L'origine delle idee

Seconda e ultima parte della corposa intervista con lo sceneggiatore Vincenzo Beretta. Le origini, i personaggi e le cupe atmosfere di "L'albero filosofico", Martin Mystère 340, in edicola dal 12 agosto.

Continua l'intervista incentrata su "L'albero filosofico", Martin Mystère 340, in edicola dal 12 agosto (cliccate qui per leggere la prima parte).

Un'altra particolarità che salta all'occhio è legata all'atmosfera, piuttosto cupa. La storia sembra strutturata come un'indagine gialla (con tanto di omicidio) ma anche fortemente caratterizzata da elementi perturbanti, per non dire horror! Sarà un caso che, a un certo punto, hai costretto Martin a mettersi al volante di un dylandoghiano maggiolino?

Ovviamente non è un caso! Ma è una cosa che è venuta un po' dall'esterno. Occorre precisare che l'albo non è nè un Dylan Dog, nè un tentativo di scimmiottare Dylan Dog "per interposto personaggio". È Martin Mystère che indaga come Martin Mystère (e del resto nella collana non sono mai mancate bellissime storie horror, come "Un Vampiro a New York"). A questo proposito, una famosa frase di Jung dice: "Per quanto ci è dato di discernere, l'unico scopo della coscienza umana è accendere una scintilla di comprensione nell'oscurità del mero esistere". Nel racconto, Martin rappresenta questa scintilla: getta luce nell'oscurità profonda che avvolge il mistero centrale. Se poi sia stato saggio o meno lo decideranno i lettori. A volte ci sono cose che è meglio non scoprire...

Però è vero che chi vedeva le tavole (non letterate) ha spesso usato l'aggettivo "dylandoghiano". Così, alla fine, ho deciso di fare questa citazione. Occorreva però, a questo punto, trovare un'idea narrativa coerente per giustificarla. Ma mi è piaciuto subito pensare a Martin che guida il suo bolide nelle aree più urbanizzate, e si ritrova su questa macchinina quando raggiunge le aree più rurali (per non parlare del profondo di foreste dove solo SUV specializzati riescono ad arrivare). Che questo catorcio tenuto insieme con spago e scotch riesca a stare insieme è uno degli elementi genuinamente sovrannaturali della storia...


Beretta visto da Alessandrini (vignetta tratta da Martin Mystère 340).

È altresì vero che il racconto è un giallo. Martin è soprannominato "Il Detective dell'Impossibile" – un ruolo in cui, paradossalmente, non si è mai riconosciuto molto. Questo, però, non gli impedisce di interpretarlo, quasi inconsciamente. Naturalmente, un poliziotto o un criminologo indagano con le loro conoscenze, mentre Martin lo fa con le proprie. È per questo motivo che, nel racconto, riesce ad arrivare dove tutti gli altri hanno fallito.

Ho notato qualche similitudine (fatte le debite proporzioni) tra il personaggio di Alina e... Vincenzo Beretta! È così o ho preso un abbaglio? Senza svelare troppo, raccontaci chi è una delle protagoniste di questa storia?

Non so se Alina mi somigli o no. Se sì, è stata una cosa dettata dalla necessità, ma non consapevole. Lei è uno degli enigmi della storia. "Chi è veramente Alina?" è, letteralmente, uno dei "mysteri" che Martin dovrà affrontare.

Chiedersi cosa c'è nell'ignoto ha sempre stimolato la fantasia umana - tanto negli abissi marini quanto nelle profondità dello spazio.

Ma lei è una ragazza molto "naturale", in mancanza di una parola migliore. È allegra; solare; determinata in quello che fa. Sa sopportare con ironia le interminabili "concioni" in cui ogni tanto si lancia la sua migliore amica. E tutti le vogliono bene. In più non porta una "maschera": vediamo che tali qualità le ha anche quando è sola. La verità, e questo non ho problema a rivelarlo, è che potrebbe essere una normalissima ragazza intorno a cui solo caso e circostanze hanno costruito un'aura inquietante. In un clima medievale di "caccia alle streghe" potrebbe finire sul rogo pur essendo completamente innocente - un punto importante del racconto.

Una nuova storia di Martin, una nuova collaborazione con Giancarlo Alessandrini: dopo tanti anni e tanti progetti insieme, qual è il collante che fa funzionare così bene la vostra unione artistica?

Non lo so. Credo che ci sia una sorta di "osmosi" di fondo, ma che non saprei come definire. Ricordo che all'epoca della nostra prima collaborazione insieme – sul Zona X numero 13, "Il risveglio dei draghi" – mi misi a sfogliare un catalogo che conteneva molte illustrazioni di Giancarlo. In alcune colsi una "poetica" visiva molto bella, ma quasi inedita per gli albi Bonelli. Così pensai di avvalermene, e Giancarlo ne fu molto felice. In realtà fummo felici tutti.


Copertina di Alessandrini per Zona X numero 13.

Lui, in cambio, oltre alle sue bellissime tavole, mi restituisce anche una caratterizzazione profonda dei personaggi. Non solo nei volti, ma anche nella gestualità, negli atteggiamenti del corpo... il tutto senza tradire la mia idea originale. A quel punto mi trovo non solo con personaggi molto più ricchi, ma addirittura con nuove idee.

Alcune cose nascono per caso. Un giorno, chiacchierando dopo molto tempo, lui mi parlò, incidentalmente, delle esperienze che intanto aveva fatto su Tex, Dylan Dog, in Francia... Per ognuna aveva ovviamente dovuto sviluppare uno stile diverso, così mi trovai a pensare: "Giancarlo ha molti più pennelli al suo arco. Perché non usarli?" Il risultato è stato la varietà di stili che si possono trovare in "L'albero filosofico", ognuno dei quali convoglia con ancora maggior forza il particolare momento emotivo.

Poi l'albo ha goduto di un altro colpo di fortuna. Uno degli elementi cruciali del racconto sono i disegni di una bambina. Non sapevo come risolverlo, perché è difficile per un adulto tornare a disegnare come un fanciullo. Finché non mi sono imbattuto in Valentina Masperi - che è una ragazzina di nove anni con un grande talento. Naturalmente le ho presentato l'idea con molto tatto, e in presenza dei suoi genitori. Valentina ha ascoltato tutto con grande attenzione, poi è partita come un missile verso la sua stanza e si è messa a disegnare subito. Ha svolto un lavoro molto bello per quello che era uno dei punti più delicati del racconto.

Un'ultima battuta: può essere che la foresta sia un posto tanto affascinante quanto inquietante perché è proprio in quel luogo che dimorano le idee?

Credo di sì, ma soprattutto se consideriamo una persona (o anche un'intera cultura) che osserva la foresta dal di fuori. Nelle foreste dimorano spiriti, esseri fantastici, luminosi e oscuri. Forse celano luoghi orribili, o di incomparabile bellezza. Chiedersi cosa c'è nell'ignoto ha sempre stimolato la fantasia umana - tanto negli abissi marini quanto nelle profondità dello spazio. Ma le foreste sono lì, magari accanto a casa nostra, e non si sa cosa può uscirne. O, peggio ancora, cosa possiamo incontrare entrandoci.
All'atto pratico, io ho visitato le foreste dell'Oregon e del New Hampshire. Anche nell'era contemporanea, con guide, sentieri tracciati e GPS, occorre fare attenzione. E si sente un'eco di paura atavica. Magari un fruscio non nasconde più uno gnomo malvagio, ma un serpente sì.
E, in ogni caso, tutti sanno che le idee migliori vengono da Faeire!

A cura di Luca Del Savio