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Intervista Martin Mystère

L'albero filosofico

Prima parte della lunga e approfondita intervista con Vincenzo Beretta, autore del racconto, ricco di atmosfera e di spunti affascinanti, pubblicato su Martin Mystère 340, in edicola dal 12 agosto.

Ormai da diverso tempo, il nome di Vincenzo Beretta sembrava essersi allontanato dalle pagine delle nostre pubblicazioni. I lettori più attenti ricordano lo sceneggiatore milanese per le tante storie firmate per Zona X e Martin Mystère. Racconti spesso densissimi, mai banali, e infarciti di tanti riferimenti interessanti e "mysteriosi", capaci di appassionare, intrigare e coinvolgere. Dopo alcuni anni, ecco che, con il numero 340 del bimestrale del Detective dell'Impossibile, Beretta (affiancato dai disegni di un Giancarlo Alessandrini in grande spolvero) torna scrivere un episodio del BVZM. Una storia corposa, con un ritmo da romanzo e in grado di evocare sottili e affascinanti inquietudini: un albo che giunge in edicola il 12 agosto, intitolato "L'albero filosofico".

Se non faccio male i conti, il tuo ultimo racconto pubblicato dalla nostra Casa editrice risale al lontano 2003! Che effetto ti fa trovare nuovamente una tua storia in edicola?

Quando ho visto le prime tavole letterate ho provato la stessa emozione che provai quando vidi la mia prima storia! Dato il decennio o più passato dall'ultima, ero un po' preoccupato: temevo, nel frattempo, di avere perso quel poco smalto che mi riconoscono. Invece ho scoperto che riannodare i fili con il passato è stato molto semplice, come se fosse ieri. Forse il fatto che ogni storia che ho scritto è sempre stata "la mia prima storia" mi ha aiutato.

Già il titolo dell'albo, "L'albero filosofico", contiene un forte richiamo all'opera di Carl Gustav Jung: come spunto per il tuo racconto sei partito proprio dall'omonimo saggio dello psicologo svizzero?


Carl Gustav Jung.

Sì. La prima idea per questa storia risale addirittura al lontano 1998, mentre stavo lavorando a "Ricordi dall'Infinito" (l'ultima storia di "Magic Patrol", pubblicata sui numeri 44 e 45 del mai abbastanza compianto Zona X). Quel racconto parlava di UFO e alieni, sia come possibilità oggettiva, sia come bisogno psicologico di "crederci" per i personaggi.

Stavo facendo ricerche per quell'avventura quando, un giorno, un'amica mi disse: "Lo sai che Jung ha scritto un libro sugli UFO?". Io, pur avendo studiato psicologia al liceo, di Jung sapevo solo che era uno dei padri della Psicanalisi è che aveva avuto dei dissidi con Freud (il che, forse, rende la parola "studiato" non proprio adatta...). Così mi recai in libreria, e lì, solo a leggere i titoli delle opere dello psicanalista svizzero rimasi folgorato. Studi sull'alchimia! I mandala! I miti! I simboli! "Un vero Martin Mystère della mente!" esclamai, con la testa che mi girava un po'. Alla fine, oltre al saggio sugli UFO ("Un Mito Moderno: le Strane Cose che si Vedono in Cielo"), acquistai altri due libri. Uno era "L'Albero Filosofico".

Quali elementi del saggio ti colpirono maggiormente?

"L'Albero Filosofico" si apre con l'analisi di trentadue disegni realizzati da pazienti di Jung, e quindi ha un impatto visivo immediato. Alcuni erano barocchi, altri simpatici; ma certi mi fecero letteralmente rizzare i peli sulle braccia. Poche cose riescono a trasmettere il senso della malattia e della sofferenza quanto un disegno.


Copertina di Alessandrini per Zona X 44.

Poi sul resto del volume restai "impallinato", perché si tratta di una delle opere più difficili di Jung. È difficile comprenderla senza una conoscenza specifica. Oggi ne so un po' di più.

Ho però parlato di due altri volumi da me acquistati in quel lontano giorno. Il secondo fu "Psicologia e Patologia dei Cosiddetti Fenomeni Occulti" - che non è altro che la tesi di dottorato di Jung. Quello, oltre che i peli sulle braccia, fa rizzare anche i capelli quanto è più di "L'Esorcista". Perché "L'Esorcista", per quanto bellissimo, è un film, mentre i casi studiati da Jung purtroppo sono veri.

Per capire come ho utilizzato questi spunti basta leggere "Le radici del mito", la postfazione di Martin Mystère 340 firmata da Alfredo Castelli. Comunque, per usare una metafora adatta al racconto, poi la storia si è sviluppata per conto suo come un albero, ma le sue radici sono sempre state quei due volumi.

Già sfogliando rapidamente l'albo, si svela tutta la ricchezza del tuo racconto, che contiene anche tante storie nella storia. Non solo quelle dei personaggi, ma anche quelle riguardanti svariate mitologie (dall'ellenica alla norrena). Da quali fonti hai attinto per mettere insieme tutti i pezzi del mosaico narrativo che volevi comporre?

Il luogo dove ho trovato la maggior parte del materiale è stato uno solo: la biblioteca del Jardin des Plantes di Parigi, dove ho scritto la stesura finale nell'arco di due mesi. È dedicata alle Scienze Naturali, ma ha un settore con volumi in inglese e francese riservato ai miti, al folklore e all'occulto.

...solo a leggere i titoli delle opere dello psicanalista svizzero rimasi folgorato!... Un vero Martin Mystère della mente!

Alberi e foreste occupano un intero scaffale, e quindi c'è stata una "esagerazione di ricchezze". Per fortuna a quel punto avevo almeno una vaga idea di cosa avrebbe parlato la storia, e questo mi ha aiutato a discernere cosa mi sarebbe servito e cosa no.

Parte del resto è venuta dai libri che ho raccolto negli anni per scrivere Martin Mystère, ma parte, purtroppo, no. Ci sono molte cose vere nella storia. Uno dei "racconti nel racconto" parla di un episodio legato a una povera ragazzina. È un fatto di cronaca realmente accaduto. Quando pensiamo alla malvagità dell'uomo ci vengono in mente i crimini di guerra, i terribili atti di terrorismo, l'omicidio perpetrato da qualche folle... Mai ci immagineremmo che la malvagità profonda possa esprimersi in luoghi e persone assolutamente insospettabili. Quando ho scritto quella scena ho provato una gran pena.

L'intervista prosegue! Cliccate qui per leggere la seconda parte!