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Anteprima Le Miniserie

Benvenuti a Coney Island!

Il 27 marzo arriva in edicola il primo dei tre albi che compongono la "mini-miniserie" Coney Island. Per presentarci il suo romanzo a fumetti in tre parti, abbiamo intervistato Gianfranco Manfredi.

Ha inizio una nuova avventura editoriale, firmata Sergio Bonelli Editore: come vi abbiamo anticipato nella nostra anteprima, il 27 marzo giunge in edicola il primo numero di Coney Island. "La pupa e lo sbirro" è il capitolo iniziale di un romanzo a fumetti in tre albi che segna il debutto di un'iniziativa che vi abbiamo presentato come le "mini-miniserie", anche se, sul nostro sito, la troverete indicata con un nome più "compito": Le Miniserie. Precisazioni a parte, Coney Island è il primo racconto di una collana... che non è una collana! Ogni tre o quattro mesi, infatti, si ripartirà dal numero 1 e vi presenteremo una storia completamente nuova per ambientazione geografica ed epoca storica, genere narrativo e suggestioni.

A prendersi sulle spalle l'onere dell'esordio, dunque, spetta a Coney Island, scritta da Gianfranco Manfredi, un'avventura che ci siamo fatti presentare dallo stesso autore. Ecco cosa ci ha raccontato.

Dopo il West di Magico Vento e le avventure tardo ottocentesche delle serie successive (Volto Nascosto, Shanghai Devil e Adam Wild), con i tuoi racconti ti stai avvicinando all'epoca moderna. In che momento storico si svolge Coney Island? Quali elementi di quell'epoca hanno fatto scoccare la scintilla per cui hai deciso di ambientarvi un'avventura a fumetti?

Coney Island è un graphic novel in tre parti (di 282 tavole complessive) ambientato verso la fine degli anni '20 del secolo scorso. Un periodo storico cruciale. La società americana viveva un momento di euforia che il grande parco dei divertimenti di New York contribuiva a soddisfare: ogni weekend, più di un milione di persone prendevano la metropolitana per raggiungere il gigantesco Luna Park di Coney Island. Il tragico passato della Grande Guerra pareva definitivamente superato. La felicità, o almeno qualche scampolo di felicità, sembrava a portata di tutti e di tutte le tasche. Ma si avvertivano anche fenomeni preoccupanti: lo sviluppo di Cosa Nostra che accentrava il commercio clandestino degli alcolici (il proibizionismo aveva messo fuori legge persino la birra); la conseguente riorganizzazione dei corpi di polizia; una gestione dell’economia a dir poco disinvolta che avrebbe condotto alla Grande Crisi del 1929. Insomma, un periodo di grandi contraddizioni, molto stimolante per raccontare una storia insieme sociale e avventurosa. E perfetto per il fumetto, in quanto quelli sono anche gli anni del boom dell’illustrazione, della fotografia e del cinema, alla vigilia del passaggio al sonoro. Nelle mie serie passate, mi ero trovato spesso in difficoltà nel reperire documentazione visiva. Qui il problema è stato l’opposto: la documentazione era vastissima e si trattava di sceglierla accuratamente.


Uno scorcio del luna park di Coney Island nella documentazione fornita ai disegnatori e così come è stato realizzato nell'albo.
(cliccate sull'immagine per visualizzarla ingrandita)

Come spesso accade nei tuoi racconti, ami fondere elementi storici con fatti totalmente inventati: quanto c'è di vero in Coney Island e come si mescola con l'ombra soprannaturale che aleggia sulla storia?

L’idea di mescolare il sovrannaturale a una storia gangsteristica è nata da una riflessione sulla figura di Harry Houdini. Tutti si chiedevano, all’epoca, persino il grande scrittore Arthur Conan Doyle, padre di Sherlock Holmes, se le sue magie fossero puramente dei trucchi oppure se mascherassero degli autentici poteri paranormali. È da questo spunto che nasce il personaggio di Mister Frolic, un illusionista da palcoscenico, non un “escapista” come Houdini, molto allegro, un uomo che in scena sembra prendere in giro anche se stesso e i suoi trucchi, ma che nasconde un “dietro le quinte”, ignoto persino ai suoi amici più stretti.

Chi sono gli altri protagonisti e come sono caratterizzati?

Oltre a Frolic, ci sono appunto altri personaggi, tutti a modo loro protagonisti, perché ciascuno di loro racconta la stessa vicenda dal suo punto di vita e in prima persona.

L’idea di mescolare il sovrannaturale a una storia gangsteristica è nata da una riflessione sulla figura di Harry Houdini.

Si parte con un detective della polizia di Brooklyn (Jack Sloane), un duro che si concede un’unica debolezza: lasciarsi sedurre da Brenda, una giovane cameriera, all’apparenza ingenua e indifesa, sbarcata a New York dalla provincia, in cerca di fortuna.

Il terzo personaggio cardine è Speedy, un motociclista acrobatico che si esibisce al luna park nel numero della Parete della Morte, e resta grato e fedele a Mister Frolic che lo ha fatto assumere. Intorno a questi personaggi inventati se ne muovono altri minori e altrettanto inventati e alcuni storici, primo fra tutti Al Capone che proprio a Coney Island aveva cominciato la sua carriera criminale.

Il palcoscenico, il mondo dello spettacolo e dell'intrattenimento, persino la magia (o, meglio, l'illusionismo), sono elementi che sono tornati spesso nei tuoi racconti: in che modo sono presenti anche in Coney Island?

A differenza delle mie serie precedenti, qui l’elemento “magico” è, almeno al principio, più sottotraccia, e si mescola con il lavoro dello spettacolo che, se vogliamo, è esso stesso una forma di magia proprio in quanto rende reali delle illusioni, al punto da costringerci a interrogarci, come pubblico, sui confini tra vero e falso. Sono sempre vissuto nel mondo dello spettacolo e questo fumetto, per me, era anche una preziosa occasione per raccontarlo.


Il detective Jack Sloane e la signorina Brenda, ingrandendo l'immagine potrete fare anche la conoscenza
dell'intrepido motociclista acrobatico Speedy.

Il compianto Giuseppe Barbati e Bruno Ramella, due "complici" storici del Manfredi di Magico Vento, ma, ancor prima, di quello che scriveva Nick Raider: come li hai coinvolti in questo nuovo progetto? C'è stata qualche scena in cui, nonostante la vostra sintonia, sei riuscito a metterli in difficoltà?

Barbati e Ramella, anche se non ho fatto il conto preciso, credo siano stati i disegnatori con cui ho collaborato di più in tutta la mia esperienza in Bonelli. Barbati non arretrava mai di fronte alle difficoltà di certe scene, anzitutto quelle di massa, ma anche nei frangenti in cui la scenografia non è semplice sfondo, ma protagonista.

Sono sempre vissuto nel mondo dello spettacolo e questo fumetto, per me, era anche una preziosa occasione per raccontarlo.

Le sue matite erano sempre molto precise, non vaghe indicazioni. Ramella è portato a creare graficamente dei personaggi estremamente umani, molto più simili a persone comuni che a supereroi. Il suo tratto, insomma, pure nel generale quadro avventuroso e persino fantastico, ci parla di noi.

Sfogliando le pagine dell'albo emerge una sorprendente ricchezza e accuratezza nella descrizione delle ambientazioni e nella definizione delle atmosfere. Quanto avete lavorato, per ottenere un risultato del genere?

Per questo lavoro ci abbiamo impiegato quattro anni almeno. Quattro anni sono un bel tratto di vita, segnato anche da momenti difficili, non certo sul piano tecnico e professionale – perché i due sapevano come risolvere qualsiasi problema di disegno –, ma sul piano personale, per entrambi, pur nella diversità delle circostanze. Mi sono convinto che in questi casi il lavoro cessa di essere il solito lavoro. Ci si aggrappa all’attività creativa anche per esprimere e superare momenti dolorosi. E questo pesa molto sul risultato finale, che ha un’intensità rara. Coney Island è stato l’ultimo lavoro di Giuseppe Barbati che si è spento durante la fase finale della realizzazione, lasciando in tutti noi un grande rimpianto, per il suo livello espressivo e per il suo carattere, di persona sempre disponibile, positiva, aperta e ironica, aliena da ogni presunzione e lontanta da quelle smanie di protagonismo che spesso ci prendono nel nostro ambito professionale. Ma riguardo a questo, Bruno Ramella non è certo da meno. E forse proprio in questo tratto stava il segreto della loro collaborazione durata tanti anni: lavorare seriamente, senza mai prendersi troppo sul serio.

a cura di Luca Del Savio