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Anteprima Dampyr

Da Brancaccio al Barrio Gotico di Barcellona!

Per presentare l'albo di Dampyr in edicola dal 3 ottobre, abbiamo intervistato Claudio Stassi, "matita in fuga" che, dopo tanti fumetti a sfondo sociale, ora si dedica anche all'Ammazzavampiri!


Claudio Stassi

Dopo l'ottima eco dei volumi "Brancaccio - Una storia di mafia quotidiana" (Becco Giallo, 2006), "Per questo mi chiamo Giovanni" (Rizzoli, 2008) e "La banda Stern" (Rizzoli/Lizard, 2012), per Claudio Stassi, disegnatore palermitano "fuggito" a Barcellona, è venuto il momento di misurarsi con l'orrore e l'avventura delle tavole di Dampyr.

"Il Boia Nero" (in edicola dal 3 ottobre) rappresenta il suo debutto sulla serie creata da Mauro Boselli e Maurizio Colombo. Ne abbiamo approfittato per fare due chiacchiere e per scoprire più da vicino la formazione e i gusti di Stassi, nonché per tuffarci in anteprima tra le atmosfere della storia scritta da Giovanni Di Gregorio.

Sei salito alla ribalta fumettistica con il volume "Brancaccio - Una storia di mafia quotidiana", ma prima di pubblicare questa storia con Di Gregorio, qual è stata la tua formazione artistica?

Ho frequentato l’Istituto d’arte e poi l’Accademia delle Belle Arti di Palermo. Non ho mai studiato in una scuola del fumetto, perché nella mia città, quando ero ragazzo, non c’era. Però andavo regolarmente presso lo studio dell’amico Giuseppe Franzella, che già da alcuni anni lavorava su Brendon. Lui ha saputo darmi preziosi consigli su come costruire meglio una scena o come dare migliore leggibilità ai personaggi. Preziosi consigli che cerco ancora oggi di applicare sui miei lavori.

Come è nata la tua amicizia con Giovanni Di Gregorio e cosa ha spinto, entrambi, a lasciare l'Italia e a trasferirvi a Barcellona, in Spagna?


Studio del personaggio di Nethunshiel.
(cliccate sull'immagine per ingrandirla)

Io e Giovanni ci siamo conosciuti a Palermo parecchi anni fa. In quegli anni, nella mia città c’era un gran fermento di attività di giovani autori, animati da un forte interesse per il mondo del fumetto. Io avevo letto una sua storia pubblicata per "Schizzo", edita dal Centro Fumetto "Andrea Pazienza", e mi era piaciuta molto. Parlammo di realizzare qualcosa insieme, quando ci fu offerta la possibilità di raccontare una storia che esprimesse le nostre idee sulla condizione politica, economica e sociale della nostra città, prendemmo la palla al balzo e così nacque “Brancaccio - Una storia di mafia quotidiana”.

Poco dopo Giovanni si trasferì a Barcellona. Io andai a trovarlo varie volte insieme a mia moglie, fino a quando motivi di carattere politico-sociale spinsero anche e me e la mia dolce metà a fare un bel salto e ad approdare tra le strade del barrio Gotico. A chi mi chiede "perché Barcellona?" rispondo sempre “perché è una Palermo che funziona”.

► Quali sono stati gli autori che più hanno influenzato il tuo segno e il tuo modo di raccontare per immagini?

Sicuramente gli autori argentini e spagnoli (come vedi il mio interesse per la terra iberica veniva già da prima): José Muñoz, Alberto Breccia, José Ortiz, Victor De la Fuente, Jordi Bernet. Ma anche autori “nostrani”, come Gipi, Lorenzo Mattotti e Igort mi hanno influenzato molto, ognuno a suo modo, sia nel linguaggio narrativo che nella ricerca del “segno”. E poi Majo, Nicola Genzianella e Carlo Ambrosini sono tra gli autori in casa Bonelli che guardo con più attenzione e massima stima. Sul versante americano, invece, il bianco e nero di Michael Lark e Sean Phillips sono fonte d’ispirazione per il mio lavoro.

► Quali sono i materiali con cui lavori e quali sono i passaggi che ti portano alla realizzazione di una tavola finita? Ami carta e pennelli, oppure sei passato al digitale?

Niente digitale nella lavorazione della tavola. Ho bisogno di sporcarmi le mani, quando disegno: china, pennelli, pennarelli di varie marche e misure, acrilici, taglierino, spugne: in pratica, utilizzo quello che serve per creare l’effetto di cui ho bisogno.
Il digitale mi interessa molto: ho da poco comprato una tavoletta grafica e comincio a giocarci. Ma al momento si ferma lì: un gioco. Magari il prossimo anno ci risentiamo e mi sono comprato una Cintiq... chissà!

Cosa è cambiato, per te, come autore, dopo la buonissima accoglienza del pluripremiato "Brancaccio"? È nata dalla popolarità del volume l'opportunità di lavorare per la Francia o, ad esempio, con Luca Enoch a "La banda Stern"?

“Brancaccio” è un fumetto che amo particolarmente. Mi ha dato la possibilità di essere riconosciuto dagli editori come professionista e mi ha aperto la strada verso progetti di ampio respiro. Colgo l’occasione per dare ai lettori del sito un’anteprima: nel 2015 verrà ripubblicato dalla BAO Publishing con una nuova edizione, arricchita da ulteriori contenuti. Sarà bello rivederlo sugli scaffali delle librerie di varia.


Una tavola tratta da "Brancaccio - Una storia di
mafia quotidiana", Becco Giallo, 2006.
(cliccate sull'immagine per vederla interamente)

Dopo Brancaccio ho realizzato “Per questo mi chiamo Giovanni”, per Rizzoli, tratto dall’omonimo libro di Luigi Garlando. È la storia di un padre che racconta a suo figlio di 10 anni chi era il giudice Giovanni Falcone. Grazie a questo fumetto, da 5 anni incontro ragazzi delle scuole elementari, medie e superiori raccontando la storia di Falcone e degli uomini del Pool antimafia, nella speranza che i ragazzi di oggi, che non hanno vissuto il periodo delle stragi del 92-93, capiscano realmente chi sono i veri eroi.

Successivamente ho avuto la fortuna di lavorare con Luca Enoch su “La Banda Stern”, pubblicato da Rizzoli-Lizard. Un racconto intenso che cerca di fare luce su una pagina di storia contemporanea poco trattata dai libri e per lo più sconosciuta all’opinione pubblica: gli anni dell’occupazione inglese in Palestina e dei gruppi armati Sionisti, che lottavano per allontanare gli inglesi e consentire l'immigrazione senza restrizioni degli Ebrei e la formazione di uno Stato ebraico. Un racconto duro che Luca ha realizzato con professionalità grazie a un’attenta ricerca di fatti documentati.
Tutti e tre i volumi, tralaltro, sono stati pubblicati anche in altri paesi (Francia, Spagna e Germania).

Dopo alcuni fumetti con i piedi ben piantati nella realtà storica, dunque, come è avvenuto il passaggio al mondo "fantastico" di Dampyr? Seguivi già il personaggio, prima di diventarne un disegnatore?

Ho sempre letto fumetti Bonelli. A casa mia non è mai mancato Tex. Poi negli anni ho cominciato a leggere e collezionare Dylan Dog, Julia (grazie a mia moglie), Nathan Never, Napoleone e Dampyr. Proprio Dampyr era la serie in cui avrei voluto lavorare. Mi piaceva molto il fatto che i personaggi viaggiassero ogni volta in posti diversi e che spesso miti e leggende si mischiassero con la “Storia” reale. Non mi ero mai fatto avanti perché tutti mi parlavano di quanto rigoroso e burbero fosse Mauro Boselli. Poi, però, ho fatto delle prove e sono andate bene, e sinceramente ho trovato una splendida persona con cui lavorare: un editor professionale, rigoroso, preciso ma anche disponibile. Personalmente sto imparando molto da questa esperienza professionale.

► Hai dovuto adattare il tuo segno, filtrare il tuo stile espressionista e "piegarlo", in qualche modo, ai dettami della tavola bonelliana?

Sinceramente, non molto. Io ho grande rispetto per il lettore e se quest’ultimo si aspetta che Harlan venga disegnato come è sempre stato fatto finora, per più di centosettanta numeri, è giusto che io rispetti le proporzioni e il realismo del personaggio.

Alle volte, però, dai protagonisti secondari traspira di più il mio stile “espressionista” che, senza esagerare, non stona nella serie, anche perché molti altri colleghi lo utilizzano e a me piace parecchio. Per quanto riguarda la “classica” griglia bonelliana, per me non è un limite. Anzi! Quando lavoro ad altri progetti per il mercato francese, se mi è possibile, la uso perché è comoda, permette una visione globale della tavola ed è perfetta per la scansione temporale della scena.

Tornando a Barcellona, è proprio nella capitale catalana che si ambienta "Il Boia Nero". Quali aspetti della città e quali ambienti avete deciso di sfruttare per mettere "paura" ai lettori di Dampyr?

L’ambientazione è per lo più opera del Di Gregorio, che si è letto tonnellate di libri per portare i nostri protagonisti in un periodo molto buio della storia catalana: la guerra civile e la dittatura, eventi che hanno lasciato segni profondi negli animi dei catalani e nelle facciate degli edifici.


Primi studi per il Boia Nero.
(cliccate sull'immagine per ingrandirla)

Posso raccontarti un aneddoto particolare: Giovanni aveva appena scritto le prime pagine del Boia Nero, fuori c’era il sole... Arrivato a pagina 10, alza gli occhi, guarda fuori e una fittissima nebbia aveva avvolto la città, proprio come aveva scritto nelle pagine di sceneggiatura. Mi telefonò per raccontarmi l’accaduto, e guardando fuori dalla finestra mi resi conto che, in effetti, il sole era sparito e la nebbia aveva avvolto Barcellona. Pensammo che il Boia Nero sarebbe arrivato da un momento all’altro per farci fuori e abbiamo riso per dieci minuti di fila.

► La tua prossima storia porterà Dampyr in Galizia: pur essendo una regione molto differente dalla Catalogna, non hai paura di rimanere "imprigionato" in racconti che hanno come comune denominatore la Spagna?

Quando ho fatto due fumetti sulla mafia mi chiedevano se non avessi paura di rimanere “imprigionato” dallo stereotipo di fumettista antimafia. Francamente non temo questo tipo di “prigione”. Anzi, nel caso di Dampyr mi piacerebbe fare una trilogia sulla Spagna. Ci sono moltissimi racconti che potrebbero essere trattati e approfonditi per essere resi compatibili con il mondo di Harlan. Ma questo dipende dalla penna di Di Gregorio – che con i suoi viaggi in giro per il mondo chissà quando riuscirà a scrivermi la prossima storia – e, ovviamente, da Mauro Boselli, che magari preferisce mandare Harlan e i suoi amici nelle terre nordiche.

► Oltre a disegnare per Dampyr, stai portando avanti anche qualche tuo progetto personale?

Al momento sto lavorando alle ultime tavole di un fumetto scritto dal maestro Carlos Sampayo (uno dei padri di Alack Sinner) che uscirà il prossimo anno in Francia per Ankama. Per "Il Giornalino" sto disegnando una storia di avventura, sempre scritta da Giovanni Di Gregorio, supportato alle chine da Quirino Calderone e poi dulcis in fundo a breve diventerò papà, magari quando l’intervista verrà pubblicata, già sarà nata la piccola Anna. A presto!

a cura di Luca Del Savio