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Intervista Dampyr

Nata per Dampyr!

Abbiamo incontrato Silvia Califano, la prima disegnatrice in forza allo staff dell'Ammazzavampiri bonelliano, che fa il suo esordio sull'albo in edicola il 4 gennaio.

Cliccando sull'illustrazione in apertura potete sfogliare la gallery con le immagini relative all'articolo.

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Nata a Roma nel 1984, cresciuta a "pane e fumetti" di ogni genere, dopo aver seguito studi classici frequenta la Scuola Internazionale di Comics, per poi laurearsi in Letteratura, Musica e Spettacolo. Dopo la laurea, rispolvera il mai sopito amore per i comics e inizia a collaborare con l'Editoriale Aurea, lavorando su "John Doe", "Lanciostory" e "Skorpio". Nel 2012 entra a far parte dello staff di disegnatori di Dampyr, esordendo in edicola con il numero 166, "Il soffio caldo dell'Harmattan", pubblicato a gennaio 2014. Stiamo parlando di Silvia Califano, prima donna tra gli illustratori del nostro Ammazzavampiri. L'abbiamo contattata per cercare conoscerla meglio ed ecco cosa ci ha raccontato.

► Come ti sei avvicinata al fumetto: quali sono stati i personaggi e gli autori che più hanno influenzato il tuo gusto e il tuo segno?

Mi sono avvicinata prestissimo, sicuramente prima di avere la possibilità di leggere autonomamente il contenuto dei balloon e delle didascalie. Forse dovrei aggiungere “fortunatamente”, dal momento che i primi albi sfogliati erano i volumi di Ranxerox, i Freak Brothers e alcuni di Manara e Pazienza, lasciati in giro per casa da mio padre, insieme a "L'Eternauta". Nello stesso periodo, ricordo che mia madre leggeva per me Asterix e Kamillo Kromo, mentre l'autonomia me la sono guadagnata sulle pagine di "Topolino". Solo più tardi, verso i primissimi anni '90 mi sarei avvicinata anche al supereroistico americano, soprattutto attraverso Batman, oltre ai fumetti italiani della Bonelli, con Dylan Dog primo tra tutti e, successivamente, Mister No. Ricordo anche Corto Maltese... un bel mix!


Influenze chiare nel segno non saprei bene individuarle, ho iniziato a disegnare da piccolissima, soprattutto personaggi Disney, ma spesso “scopiazzavo” vignette un po' da ogni dove. Apprezzo molto autori lontanissimi dal mio modo di disegnare, ma alcune volte ho cercato di avvicinarmi a stili che ritenevo adatti a uno specifico tipo di storia. Diciamo che quello che ne è venuto fuori è un minestrone con una decisa tendenza al segno pulito classico. Forse. 
Ai tempi della scuola ero già accanita lettrice Bonelli e ricordo che molti dei disegnatori che osservavo erano proprio al lavoro su Dampyr.

► Ad esempio? Chi ti "ispirava" di più?

Per lungo tempo ho guardato molto al lavoro di Maurizio Dotti, sopratutto per i tagli di luce, ma anche Nicola Genzianella, Stefano Andreucci e Majo... Poi, da altre testate, Bruno Brindisi, Corrado Roi, Giuseppe Franzella, Laura Zuccheri, Massimo Carnevale... troppi! Senza contare i grandi maestri come Sergio Toppi, Dino Battaglia e Hugo Pratt. E sto elencando solo gli Italiani. Potrei andare avanti a lungo, sopratutto considerando i contemporanei (e più o meno coetanei) che è un piacere veder lavorare e dai quali c'è sempre possibilità di imparare tanto. Ovviamente americani e disegnatori d'ogni dove inclusi. David Lloyd, il primissimo Dave McKean, Darwyn Cooke, Hiroaki Samura, Werther Dell’Edera, Sean Philips, Juanjo Guarnido, Eduardo Risso, Luca Rossi, Benjamin, sono solo alcuni dei nomi che ho amato, amato leggere e amato cercare di studiare.

► Quando hai deciso di trasformare la passione per il disegno in un vero e proprio lavoro e come ci sei riuscita?

Da piccolissima, intorno ai sei o sette anni, ricordo, per un periodo, di aver deciso di diventare disegnatrice di cartoni animati Disney, soprattutto quelli già usciti al cinema. A quel tempo avevo già disegnato qualche pagina a fumetti, storielle apocrife e insensate di Indiana Pipps o di pirati e cannibali e viaggi nel tempo. Poi, dopo le scuole medie, il disegno è diventato per lo più un passatempo tra i tanti, fino a essere schiacciato sotto il peso dei dizionari di Greco e Latino e tutta la mole degli studi classici. Fino a un evento del tutto casuale e, col senno del poi, cruciale. Essendo la mia passione per i fumetti conosciuta, come si usa dire, anche dai sassi, un giorno il ragazzo di un'amica mi portò un volantino della Scuola di Fumetto, dicendo solo che “bah, ho pensato potesse interessarti”. Ovviamente risposi che no, non ero affatto interessata... 
Il mese successivo ero iscritta alla Scuola Internazionale di Comics. Dopo altri due mesi l'idea di poter arrivare a lavorare come fumettista era un chiodo fisso. Ho sempre avuto le idee chiarissime, io.

► Da John Doe a Dampyr: quali sono le principali differenze nel lavorare all'uno o all'altro personaggio? Hai fatto fatica ad adattarti alla rigida gabbia bonelliana?


Le differenze sono enormi su tantissimi fronti, dal ritmo di lavoro all'approccio al personaggio, alla gestione della narrazione e al tipo di pubblicazione in genere.

Su John Doe si lavorava a ritmi serratissimi, con una media di tre mesi per la consegna dell'albo finito. La sceneggiatura non arrivava già completa, ma si procedeva a blocchi di massimo una ventina di tavole. Ovviamente dei tempi così stretti influenzano le scelte di stile. Il rapporto con la storia da narrare poi è distribuito in modo molto diverso. Su Dampyr la regia delle inquadrature, la distribuzione delle vignette e del materiale è tutto nelle mani dello sceneggiatore, mentre su John Doe il disegnatore aveva indicazioni molto più elastiche, talvolta del tutto libere.

Nella prima parte della progettazione della tavola ho spesso presentato dei layout a Roberto Recchioni (autore, con Lorenzo Bartoli, del personaggio pubblicato da Aurea, NdR) con regie alternative per una stessa sequenza, con variazioni anche forti per numero di vignette e distribuzione dei dialoghi. La gabbia inoltre non viveva della stessa costanza, ma era prontissima a piegarsi alle scene più spettacolari o azzerarsi nei momenti di "esplosione" del disegno.

La “fatica” rispetto alla gabbia bonelliana è più che altro una diversa educazione alla visualizzazione della sceneggiatura, durante il primo approccio alla tavola. Capita di leggere una sequenza e immaginarla con tagli e inquadrature che, a volte, sono molto lontani da quelli scelti dallo sceneggiatore, per puro e semplice gusto o sensibilità. In questo caso, su Dampyr c'è ovviamente margine di confronto, ma le indicazioni sono principalmente in mano allo sceneggiatore e servono valide ragioni per apportare modifiche. In altri casi – soprattutto per disegnatori che hanno una natura onnivora e anche come lettori sono abituati ad ogni tipo di gabbia e ad usare la vignetta per dare tagli particolari all'immagine o uno specifico ritmo alla narrazione – il passaggio all'impostazione più "misurata" del fumetto bonelliano può rappresentare una bella sfida. Il vincolo del formato esterno sposta all'interno tutta la ricerca per soluzioni di equilibrio e dinamismo. Un po' come il 4:3 televisivo. Ovviamente, più si conosce la narrazione classica del fumetto popolare italiano meno si sentirà la costrizione all'adattamento. Sono solo diverse forme del narrare, in fondo.

Per il resto, personalmente non credo che la gabbia rigida abbia mai impedito a una grande storia di essere raccontata.

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