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Intervista Tex

Maurizio Dotti: il mio Tex!

Dopo aver affrontato le cupe atmosfere di Dampyr e la foresta zagoriana, il disegnatore debutta sulla collana del Ranger. Ne abbiamo approfittato per intervistarlo.

Cliccando sull'illustrazione in apertura potete sfogliare la gallery con le immagini relative all'articolo.

Il 7 novembre arriva in edicola "El Supremo", numero 637 di Tex. L'episodio costituisce la prima parte di una storia che si dipanerà nell'arco di ben tre albi e mezzo, concludendosi a febbraio 2014. Un'avventura che parte dall'ambientazione polverosa della Baja California e che trasporterà i nostri eroi fino alla baia di San Francisco. Il tutto, visualizzato dalle chine di Maurizio Dotti, che abbiamo incontrato e intervistato per l'occasione.

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...e così, dopo una lunga militanza dampyriana e zagoriana, finalmente sei riuscito a realizzare un'avventura di Tex! Anche se, in realtà, non è la prima volta che ti cimenti con il Ranger bonelliano, avendo collaborato alla storia apparsa sull'Almanacco del West 1998. Partiamo da lontano: come è iniziata la tua carriera nel mondo dei fumetti e quali sono le tappe che ti hanno spinto fino al West di Tex?

Avevo sei anni e disegnavo, in modo compulsivo, campi di battaglia con figure piccolissime di indiani e cowboys che, come operose formichine, si muovevano freneticamente – o almeno così a me sembrava –  nello spazio quadrettato del foglio bianco. Sono partito troppo da lontano, lo so, ma è solo per rendere chiaro come il genere western abbia sempre fatto parte delle mie passioni. Il cinema, i fumetti e in seguito i romanzi, hanno alimentato il mio immaginario fantastico e avventuroso. Fare di una grande passione una professione è sempre stato per me, tra alti e bassi e frequenti, cocenti sconforti, il primo vitale scopo. Dopo un esordio non brillantissimo nel mondo delle arti visive, quando in prima elementare pregai in lacrime un compagno che mi disegnasse una mucca che avremmo dovuto copiare dalla lavagna e che, tra mille sforzi, non mi riusciva di fare (il primo di quei cocenti sconforti), spiccai il gran balzo nell’universo disegnato.

Quindi? Come sei riuscito a passare dal bovino disegnato al compagno di classe fino alla tavola a fumetti?

Ci furono da prima gli studi artistici, seguiti dall’apprendistato, come si usava un tempo (siamo, ahimè, nel lontano ’76), nello studio di Giancarlo Tenenti, illustratore e disegnatore di fumetti. Dopo un breve periodo di cosiddetta gavetta, mi conquistai l’onore e l’onere di una storia tutta mia, western, naturalmente. Le testate erano: “L’Intrepido” e “Il Monello” e fra quelle pagine, con orgoglio, iniziai diciottenne la mia carriera di disegnatore di fumetti. Ho fatto anche il teatrante per un buon numero di anni: marionettista, scenografo e costumista, ma anche attore. Certo meno solitaria come attività, ma sempre di raccontare storie si trattava e quello mi piaceva e mi piace fare: raccontare storie, del resto è la ragione per la quale faccio questo lavoro. Nel ’92 lascio il teatro e le sue pene, e cerco di rientrare faticosamente nel mondo del disegno, dapprima attraverso il munifico e rutilante universo delle agenzie di pubblicità (ero troppo arrugginito per ricominciare subito con il fumetto), per passare nel ’95 a “Il Giornalino”, con un western: ma guarda un po’! Si trattava della versione a strisce de “I magnifici sette”, in occasione del centenario del cinema. La mia idea fissa comunque è sempre stata quella di approdare un giorno alla Bonelli; penso di averci provato a più riprese, forse quattro volte, l’ultima nel ’96. Furono le matite dell’almanacco di Tex “Glorieta pass”, inchiostrate da Alarico Gattia , che destarono l’attenzione di Mauro Boselli, autore della sceneggiatura. Cominciai la tanto agognata collaborazione con tre storie di Zagor, per passare poi a Dampyr. Nel 2011, grazie alle buone cure di Boselli, cosa della quale sempre gli sarò grato, sono passato a Tex. Per me è stato come vivere una nuova primavera di entusiasmo e creatività, spero traspaia dalle pagine.

È stato difficile arrivare a sintetizzare graficamente un "tuo" Tex? Come lo hai caratterizzato e quali sono stati i tuoi modelli di riferimento?

Tex è ormai un’icona dell’immaginario nazional-popolare, come avrebbe potuto essere semplice? Sono moltissime le componenti in gioco, quelle che ti influenzano nella scelta dello stile. Io ho sempre apprezzato il disegno di Ticci, ma il termine non rende in modo esauriente la vera e propria passione che ho sempre avuto, sin da giovanissimo, per il suo lavoro. Certo non sono l’unico – è del resto naturale, data la bravura del maestro senese –, ma ricordo i miei giovanili, interminabili pomeriggi di disegno, dedicati al vero e proprio studio delle sue splendide tavole. Sembra scontato, quindi, che per il viso di Tex io mi sia orientato verso l'interpretazione di Ticci. Ho cercato di seguirla e di staccarmene al contempo; non è mai bello proporre un clone perfetto del proprio modello, perlomeno credo. Può sembrare strano, ma proprio il fatto che la fisionomia del personaggio sia semplice e fissata in note classiche e caratteristiche, quindi immediatamente riconoscibile dal lettore abituale, rende di per sé più ardua l’impresa. Comunque, nel fluire delle circa quattrocento tavole, il personaggio subisce degli inevitabili, minimi mutamenti, inquadrabili come... fase di assestamento!

Passando dalle sanguinose atmosfere di Dampyr all'avventurosa dimensione di Zagor e arrivando sulle pagine di Tex, che tipo di adattamenti ha dovuto subire il tuo segno? Quali sono le principali differenze nel tuo approccio lavorativo a tre serie così differenti?

Le storie di Dampyr sono state, senza dubbio, un lungo e proficuo apprendistato. Le atmosfere horror-noir non sono per nulla semplici da rendere e hanno rappresentato per me una continua sfida e questo serve moltissimo per la maturazione tecnica. I risultati saranno i lettori a giudicarli, ma le certezze che conquisti attraverso gli anni ti danno molta più sicurezza quando affronti il lavoro quotidiano. Questi dodici anni vissuti con il cacciatore di vampiri mi hanno formato dal punto di vista tecnico-espressivo. Passare all’ambiente western – solare, polveroso, fatto di grandi spazi – ha rinnovato vecchie, piacevoli sensazioni; certo, ho la tendenza a caricare di neri le tavole, ma questo ormai è parte di un meccanismo rodato. L’abitudine ai personaggi e agli ambienti, la si acquisisce molto lentamente, o almeno per me è così. Mi rendo conto che funziona come un lento transfert, una graduale immedesimazione nel carattere, negli atteggiamenti, nelle posture che rendono riconoscibili i protagonisti.

Per l'albo "El Supremo" hai dovuto utilizzare parecchia documentazione? Quali sono state le tue fonti principali: film, fotografie, dipinti, fumetti...

La documentazione è fondamentale e le fonti sono tutte quelle che elenchi, con in più quella che mi fornisce Boselli. Io, poi, ho un atteggiamento quasi maniacale per la ricerca di immagini d’ambiente, di costume, di accessori e tipologie umane, ovvero di ciò che rappresenta, in buona parte, l’atmosfera del racconto. Internet fornisce quasi tutto ciò che cerchi. Oggi è abbastanza semplice il reperimento di materiale di documentazione, ma ricordo i tempi in cui erano i libri a fornirmelo. Da giovanissimo ho maturato la passione della ricerca e, seppure con ridottissimi capitali, cercavo di acquistare tutti i libri che mi sembravano poter essere utili al momento o in un futuro più o meno prossimo. Spessissimo, nel tempo, ho avuto modo di apprezzare questa mia antica propensione.

In assoluto, invece, quali sono gli autori che più hanno influenzato il tuo gusto?


Jean Giraud e Giovanni Ticci: questi sono stati gli autori, senza alcun dubbio, che più ho saccheggiato, studiato, compulsato... insomma, ho cercato di respirarmeli come l’aria, come fossero vitali. Ticci era a portata di mano, ma Giraud, nei primi anni ’70, lo dovevo andare a scovare; ho dato fondo ai miei miseri risparmi di adolescente nella fumetteria, ormai chiusa da tempo, di via Canonica, a Milano... si chiamava “Le nuvole parlanti”. Non posso però trascurare il grandissimo fascino che ebbero su di me un disegnatore come Gino D’Antonio e la sua magnetica “Storia del West”.

Nel corso degli anni, ci pare di intravedere, nel tuo percorso all'interno della nostra Casa editrice, una sorta di fil rouge rappresentato dalla collaborazione con Mauro Boselli. Com'è lavorare con Mauro? Osservando gli albi che avete realizzato insieme, sembra spiccare una certa sintonia...

La realizzazione delle proprie aspirazioni nella vita è sempre il risultato della felice e fortuita mescolanza tra talento personale e incontri. Quello con Mauro Boselli è stato per me un vero e proprio incontro umano fortunato e lavorare con lui mi ha permesso di imparare moltissimo. Abbiamo scoperto ben presto di avere svariati interessi in comune, e questo comune sentire le cose della vita e del lavoro ha reso semplice e proficua la collaborazione. Mauro sa quello che vuole e, nel rapporto di lavoro, questo è importantissimo; oltre a ciò, ha un approccio molto logico e pragmatico, è molto difficile spuntarla con lui. Nei rarissimi casi nei quali mi è capitato, mi ha gratificato con un laconico “mi hai convinto!”.

intervista a cura di Luca Del Savio