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Leo Pulp

Il noir rivisitato

di Claudio Nizzi

Scrivere un fumetto noir ambientato negli anni Quaranta era un mio vecchio pallino. Più di una dozzina di anni fa avevo progettato di ambientare Nick Raider in quel periodo. Poi accantonai l'idea per non rendere troppo difficile la vita ai disegnatori, costringendoli a un lavoro di documentazione che non tutti avrebbero voluto o saputo fare. E anche perché mi rendevo conto che i film noir di quell'epoca si possono rivisitare solo in chiave ironica. Un mondo e un clima in cui si muovono personaggi come Bogart (magari doppiato da un Paolo Ferrari che tiene chiuso un angolo della bocca per fare la voce da duro), come Marlowe (un detective che trasuda romanticismo e improbabilità da ogni poro) o come le donne del destino stile Turner o Crawford o Stanwick o Hayworth (che hanno pettinature incredibili e parlano con la voce strascicata e fatale delle nostre doppiatrici dell'epoca), e un mondo che si può raccontare di nuovo ma a patto di esasperarne pregi e difetti, ovvero di parodiarlo. Non per deriderlo (non sia mai), ma per amarlo (se è possibile) di più. Leo Pulp nasce dunque dalla mia passione di spettatore e di lettore per i film e i libri targati anni Quaranta. Ma sarebbe rimasta solo un’idea se, circa tre anni fa, la Casa Editrice non mi avesse proposto di scrivere un albo per alimentare la collana “I Grandi Comici", partita abbastanza casualmente con l'albo di Jacovitti e proseguita con i due di Bonvi-Cavazzano che sfruttavano sceneggiature gia esistenti in redazione ma che erano state inizialmente pensate per un utilizzo diverso. Accettai di buon grado la proposta e pensai subito al mio vecchio progetto di rivisitare il noir anni Quaranta. Questa volta sentivo di avere sottomano il disegnatore giusto: Massimo Bonfatti, modenese come me. Conoscevo i suoi fumetti, ma le cose che più mi avevano colpito erano certe vignette in cui la sua visione dell'uomo era tanto più divertente, quanto più era amara e graffiante. Era proprio il tipo giusto per parodiare quel vecchio mondo di duri, di fatalone, di gangster. Così scrissi di getto la sceneggiatura, mettendoci dentro quel raccontare sincopato, in prima persona, del protagonista (più nello stile gradasso di Spillane che in quello di Chandler o Hammett), i continui colpi di scena (il direttore della rivista gialla "Black Mask” rivolgeva ai suoi autori questa raccomandazione: “se a un certo punto non sapete come continuare la storia, fate irrompere nella stanza un tizio armato di pistola"), il falso cinismo, le battute politicamente scorrette, le spacconate. Leo è un gran contaballe, ma è lui il primo a crederci. Quanto alla trama, doveva essere la più complicata possibile. Si dice che a Chandler capitasse di non raccapezzarsi più nei suoi intricati romanzi (e che accadesse lo stesso al regista e agli attori durante la lavorazione de “Il grande sonno"). L'umorismo portato dai disegni di Bonfatti avrebbe dovuto sovrapporsi a una trama ingarbugliata ma rigorosa, anche se con gag totalmente irrealistiche, come quella di Leo travestito da cespuglio. E soprattutto ci ho messo dentro Hollywood, perché Leo Pulp è un fumetto che vuole divertirsi col cinema, con i suoi attori famosi, le sue attrici, il suo universo, i suoi miti, i suoi sogni, le sue perversioni. Così è stato nella prima storia e così sarà anche nelle prossime (se ci saranno). Mentre scrivevo la sceneggiatura non sapevo ancora che faccia avrebbe avuto Leo Pulp, ma sapevo esattamente quali caratteristiche psicologiche doveva avere. Attorno a queste sarebbe nata anche la faccia. E così fu. Qui apro il capitolo della collaborazione con Massimo Bonfatti, sforzandomi di essere breve come è nelle esigenze di questo intervento. In quasi quarant'anni di carriera mi è capitato di lavorare con oltre sessanta disegnatori, ma uno come Bonfatti non lo avevo incontrato mai. Molti disegnatori non li ho mai conosciuti di persona. Alcuni sono di lingue e continenti diversi. Fa niente: io mando la sceneggiatura (in qualche caso previa traduzione) e qualche settimana dopo ecco arrivare le prime tavole disegnate. Tutto qui. Con il Bonfa (come chiamano Bonfatti a Modena) è stata tutta un'altra musica. La realizzazione del primo albo di Leo Pulp ci ha tenuti occupati per tre anni. (Entrambi, nel frattempo, abbiamo fatto altre cose per campare). All'inizio veniva a casa mia per farmi vedere la documentazione che andava procurandosi (libri, film, articoli di giornale). Poi cominciò a portarmi i primi schizzi della faccia di Leo. Poi gli schizzi rifiniti, seguiti dagli schizzi modificati. Poi arrivò il lay-out a biro di tutta la storia fatto su un blocco a quadretti. Quindi cominciarono ad arrivare le prime tavole con abbozzi di disegno a matita blu e con i balloon già riempiti col lettering fatto da lui. Poi le matite definitive. E infine, col contagocce, nel corso dei mesi e degli anni, le tavole inchiostrate. Sapete che cos'è un pignolo? Lui lo è molto di più. Sapete cosa significa essere esigenti con se stessi? Lui lo è di più. Sapete cosa vuol dire essere scrupolosi nel documentarsi? Lui lo è cento volte di più (con l'esclusione, forse, di Magnus). Gli ripeto sempre che non è nato per fare fumetti, nel senso che i fumetti bisogna farli alla svelta sennò l'albo del mese non può arrivare in edicola.

Ma da questo orecchio non ci sente. Comunque basta aprire una pagina a caso de "La scomparsa di Amanda Cross" per accorgersi come il suo lavoro sia efficace e curato fino all'esasperazione. Colorazione compresa. Quest'ultima fatta da Cesare Buffagni, che non conosco a fondo, ma – se tanto mi da tanto – deve essere bravo e pignolo quasi quanto il Bonfa, suo maestro. Adesso è fatta. La fatica è finita. L'albo finalmente è in edicola. Saranno i lettori a dirci se il gioco valeva la candela. Se tanto lavoro e tanta applicazione erano proprio necessari. Io credo di conoscerla già, la risposta.