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Leo Pulp

L'importanza dei dettagli

di Massimo Bonfatti

Quando Nizzi mi propose questo progetto, pensai subito che il mio compito non era tanto quello di dare un volto a Leo, ma di visualizzare lo “stile noir” in un modo che non fosse la solita stereotipata parodia cinematografica, o che almeno potesse dare al lettore qualcosa in più, qualcosa che, in realtà, fosse il distillato della mia esperienza nel mondo dell’immagine, per dimostrare le mie capacità e soprattutto per valorizzare il più possibile il godibilissimo testo di Nizzi. Quindi, ho cercato di evolvere il mio stile umoristico-spinto “alla Cattivik”, in modo da poter descrivere una più ampia gamma di situazioni: da quelle più drammatiche a quelle più buffe, da quelle sensuali a quelle squallide e grottesche, cercando di mantenere sempre, nei segni, una certa morbidezza e ricchezza dei particolari, ma anche sforzandomi di preservare un equilibrio nella leggibilità del tutto, tenendo conto della complessa struttura del racconto, che prevede punte di crudo realismo e improvvise virate nell’umorismo puro. Non posso dire fino a che punto ci sia riuscito, ma questo era il mio intento.

Per ciò che riguarda la faccia vera e propria di Leo Pulp, sono partito dalla ricetta originaria di Nizzi, (tre quarti di Torpedo e un quarto di Zanardi) e ho provato a costruirgli una fisionomia adatta a fargli interpretare un ruolo ambiguo in un mondo altrettanto ambiguo, nel quale le avventure che vive sconfinano in molti generi diversi, perché la realtà che lo circonda è, appunto, un crogiuolo di condizioni esistenziali diverse, quasi come in un gioco di scatole cinesi, attraverso le quali lui deve poter passare, magari facendo delle figure barbine, senza però perdere la sua identità.

Anche i dettagli dei proiettili sui muri del suo ufficio la dicono lunga sul tipo di clientela che si rivolge a Leo, come anche i particolari della sua camera da letto raccontano qualcosa della sua condizione di scapolone irriducibile e di duro dal cuore tenero. Grazie a Nizzi, ho scoperto il fascino del giallo, che per me si traduce in amore per il dettaglio, capacità degli autori di analizzare i particolari e di cogliere le sfumature più sottili di un gesto, di una frase, di un’atmosfera; il tutto armonizzato in un unico disegno che, a distanza, si rivela compiuto, come un mosaico (Sherlock Holmes docet).

In fondo, un giallo è il racconto di un enigma e, al pari dell’enigmistica, richiede sia agli stessi enigmisti che ai solutori la massima precisione nell’osservazione, la massima razionalità nella ricerca della soluzione e la massima accettazione delle regole del gioco. Forse è per questo che ideare visivamente e disegnare Leo Pulp mi è costato più fatica del previsto; nel mio lavoro, sono abituato a immaginare qualsiasi cosa in prospettiva nel tempo, e anche Leo, sebbene fosse destinato a rimanere un albo singolo (come forse sarà), io l’ho studiato come se dovesse durare negli anni, oppure trasformarsi in qualcos’altro. Mi sono mosso a 360 gradi nella ricerca di tutto ciò che potesse servire ad arricchire il fascino di Leo e del suo mondo, ma anche per pura curiosità personale; ci vuole pazienza, ma è divertente, e spesso si trovano le cose più disparate nei posti più imprevedibili, e tutte, prima o poi, diventano utili. Anche il colore ha la sua importanza, se concepito come mezzo per accentuare le atmosfere e migliorare la lettura delle immagini. Io amo il cinema e la fotografia in bianco e nero, ma con il colore si può anche ottenere di più, a patto di conoscerne bene le potenzialità; altrimenti, si rischia di fare dei gran pasticci. È come la colonna sonora di un fumetto, tutt’altro che un semplice riempitivo.

Io e Cesare Buffagni abbiamo svolto una ricerca approfondita sul tipo di colorazione più adatta al nostro caso e penso che Cesare abbia trovato la chiave cromatica giusta per l’albo, senza pregiudicare il disegno e ricreando, in qualche modo, la patina fotografica dei vecchi film in bianco e nero, pur utilizzando il colore. Non penso di essere esageratamente perfezionista; piuttosto, mi posso paragonare a un artigiano appassionato del suo lavoro, ma con una mentalità da autore, nel senso che, per formazione ed educazione, sono abituato a dare a questa parola. Il fatto è che cerco sempre, nei fumetti che leggo come nei fumetti che faccio, quel senso di piacere e di meraviglia che provavo da bambino e che mi ha arricchito interiormente, un piccolo tesoro di fantasia e immaginazione che penso sia giusto restituire ai lettori futuri mantenendone intatto il fascino, senza sprecarlo, e magari cercando di arricchirlo, così come si dovrebbe preservare l’ambiente e la cultura per i legittimi proprietari, le generazioni che verranno. Per me, questo lavoro è inconcepibile senza l’entusiasmo e la consapevolezza della propria professionalità, senza le gratificazioni che possono darti gli stimoli a migliorare, nonostante la fatica e le incertezze che, del resto, non mi spaventano perché so di avere, volendo, altre frecce al mio arco (o cartucce nella mia colt, come direbbe Tex).

Disegnare Leo mi è stato prezioso per due motivi: primo, ho conosciuto bene Claudio Nizzi, che considero un grande scrittore popolare (e quindi un vero scrittore), un uomo carico di esperienza ma anche ricco di fanciullesca simpatia, amabile conversatore (ogni suo aneddoto è un racconto da gustare) e maestro di ironia sottile e intelligente. Quando lo vado a trovare, potrei starmene ore e ore ad ascoltarlo senza annoiarmi mai, e, anche quando per caso mi racconta la stessa storia, questa contiene sempre qualche elemento nuovo e divertente. Secondo, ho avuto il pretesto giusto per potermi cimentare in un fumetto più impegnativo di quelli a cui ero abituato; è stata una sfida con me stesso a superare mille difficoltà psicologiche e pratiche. Una sfida che ho vinto riuscendo a rispettare tutti gli impegni presi e, allo stesso tempo, avvicinandomi molto a ciò che intendevo realizzare, preparando la strada a miglioramenti possibili. A parte la sproporzione tra tempo speso e danaro guadagnato, il bilancio per me è nettamente positivo. Abbiamo gettato un semino pazientemente selezionato su una terra fertile; prima o poi qualcosa nascerà.